La sagoma, di Daniela Carmosino

  • Titolo: La sagoma
  • Autore: Daniela Carmosino
  • Casa editrice: RPlibri
  • Pagine: 96
  • Pubblicato: 2020

Esistono libri che attraggono meno le attenzioni del grande pubblico, di solito non rientrano nelle classiche categorie dei generi letterari e la loro forma, a una prima lettura, può sembrare ostica. In realtà è proprio nella libertà della forma, nella non appartenenza consapevole che si realizza un meccanismo capace di portare lettori e lettrici oltre.

Proprio questo è ciò che si nota fin dal principio nel nuovo libro di Daniela Carmosino e, se non bastasse, già il sottotitolo rimanda a una composizione non abituale: “favola crudele”.

Nel solco della tradizione del genere favolistico, La sagoma è una narrazione che cela al suo interno una morale, morale che però non si esplica come insegnamento diretto quanto invece come riflessione. Se volessimo fare i moderni potremmo definirla una favola 3.0. A differenza della favola classica qui non troviamo animali impersonanti qualità umane, e non potrebbe essere definita una fiaba essendo lontana dai toni del meraviglioso.

Fin dal principio si notano gli elementi di rottura rispetto al genere classico. Questa scomposizione però non preclude la lettura immediata; infatti l’autrice compone mediante l’uso di una lingua mai ardua, utilizzando un prosimetro che si veste di allusioni musicali in alcuni punti e di formule rituali.

Stai imparando, Celeste, che cos’è normale e cosa non lo è?

Uno degli elementi che più ho apprezzato è la sapiente complessità degli attori della storia, ritratti secondo la dominante del loro comportamento. Non mancano però di sfumature capaci di corrodere il modello contemporaneo dell’opposizione netta buono vs cattivo. Scrivo attori e non personaggi per una ragione specifica: le figure che si muovono in questa narrazione appaiono più nel loro agire che nell’intreccio.

Passiamo a parlare dei contenuti e della storia.

Protagonista del racconto è il personaggio che potremmo definire quasi assente dalla scena: Celeste. Tuttavia la sua presenza è sempre garantita dalla voce narrante, la versione adulta di Celeste che ripercorre la sua vita e le sue vicende. Un percorso a ritroso mostrato in una luce particolare, vale a dire quella di un ammonimento (ecco la morale di cui parlavamo prima) indiretto, non un rimprovero quanto un invito a considerare alla luce del momento quanto accaduto in passato.

Celeste è una bambina che nasce in quella che in psicologia viene definita una famiglia disfunzionale. Lungi dal farvi pensare a climi da terrorismo fisico-psicologico, con questa definizione si fa riferimento a famiglie in cui i comportamenti ingiusti e i conflitti fanno parte del registro quotidiano e, in quanto tali, vengono vissuti come abitudine.

Colpisce però come fin dal principio gli adulti vengano vissuti da Celeste bambina come un intrico, una specie di foresta, quasi a subodorare il rischio di perdersi nel fitto intricato di relazioni problematiche. Ed è subito un mondo visivo, infatti la vista è l’elemento sensoriale dominante.

Da questa paideia dell’infanzia emerge subito il rapporto predominante, prima nella sua variante più diretta, cioè il rapporto della protagonista con la morte (in particolare una morte precedente la nascita di Celeste, quella di uno zio, e alla quale viene subito ricollegata la nascita della piccola, in un rapporto sostitutivo che si annuncia immediato), e poi con la sua variante metaforica: il vuoto, l’assenza.

Assenza che per Celeste vuol dire fin da subito non conoscere suo padre, non vederlo, non poter assaporare quel contrasto vitale. Ma assenza che con il tempo si moltiplica: quella di una sorella sofferente affetta da bulimia, di un fratello attento e violento, quella di sua madre. La donna che la mette al mondo e che gradualmente scompare.

Tuttavia i meccanismi sostitutivi sono alla base di queste scomparse e non a caso le figure centrali sulla scena sono quelle delle due zie di Celeste che subito cercano, e poi riescono, a incorporare la piccola in un nucleo diverso. Un errore? Un fonte di salvezza? Non è questo in discussione, quanto il modo in cui tale ruolo viene espletato.

Come ogni ruolo familiare che si faccia accuditivo, alla base prelude all’estraniamento di chi non ne fa parte. Chi non rientra in quella sfera di sicurezza è fuori, è altro, è lontano. Ma come si traduce tutto questo nei confronti di una bambina che è già altro e che viene inglobata prima che possa manifestare la sua volontà? Si traduce in un complesso di meccanismi che virano dall’estrema attenzione all’ostracizzazione minacciata. Una minaccia devastante per chi sa di non appartenere a nulla di dato, di non poter tornare da nessuna parte perché ad ogni parte ugualmente estranea.

Quindi, come detto, uno dei primi rapporti dialogici vissuti è quello tra la vita e la morte. A questo va aggiunto quello tra il detto e il non-detto, forse uno dei più tipici dei rapporti umani, e che nelle famiglie è causa prima di amarezze protratte capaci di segnare la vita dei nascituri.

Le parole che ognuno ti semina dentro

quelle, però, non puoi non sentirle cadere.

Sanno di pioggia e fanno lo stesso rumore.

Poco alla volta le figure intorno a Celeste si mostrano nel loro agire secondo le linee di una spontaneità dettata da assenze, formando quell’equilibrio precario dei composti a cui manca un elemento. Ed emerge la figura di zia Elsa, dominante: è lei che si prende cura di Celeste e la cresce.

Fondamentale, nella sua assenza, è la madre, figura interstiziale del complesso familiare di Celeste. Una madre fumosa, eterea come la bellezza che la rende così estranea a questa figlia. Una madre capace anche di un’apparizione protettiva, brutale, quella protezione che è tipica dell’impotenza, l’ultimo tratto di una volontà dilaniata e che stretta all’angolo reagisce con la sola forza della disperazione, ma celandola. Questa rabbiosità si ricollega direttamente all’altra figura, pseudo-materna, della sorella Elsa dalla quale è scalzata.

Ma la verità di questi rapporti è nel tacere, nel restare spodestati senza reclamare il proprio posto, è l’istantanea di un momento intergenerazionale, dei doveri assolti da altri, è il liberto che desidera la condizione schiavile e che privato del suo dovere non si riconosce più, senza però poter reclamare più nulla.

E la mamma, Celeste, dov’è?

Non poteva non esserci, eppure?

Ma una bambina che cresce in questo ambiente che percezione ha della realtà? Come si rapporta? Ho detto all’inizio che a lungo per Celeste tutto passa dagli occhi, da quel senso primo nella memoria. C’è una frase nel testo, anche questa rituale, che esplicita bene parte del problema: “Va’ a capire, adesso, Celeste chi è che ha ragione?”.

Fino all’adolescenza inoltrata i figli tendono a schierarsi con i genitori, a loro favore, in seguito arriva la fase crudele della lotta per l’autoaffermazione. Ma se non ci sono i genitori questo percorso si spezza, e così in quelle assenze originarie si condensa anche il dubbio creato dalla menzogna, quella reale e non letteraria, come può esserlo l’idea di essere figlia di un padre che non c’è e di cui allora anche il seme forse è stato puro miracolo o maledizione, come quella di una madre dalla quale si è messi al mondo e poi scompare e si diventa figli del vento. Una menzogna che però è parte costituiva del diventare adulti, e infatti Celeste impara subito a dover fingere di non esserci. Un’esistenza che diventa quasi come sparire. Come essere una sagoma.

Ma quello che l’autrice riesce a riportare con estrema chiarezza nella narrazione, che pure non diventa mai pesante, è il senso del rifiuto, il recesso sul quale si pende sentendosi oggetti, mai accettati. Questo è ciò che avviene quando Celeste compie qualcosa che non deve e la zia Elsa, la madre-adottiva, la minaccia di mandarla via e le dice che è proprio come sua madre. Un anatema del ritorno a un tempo e a un luogo al quale non si è mai appartenuti.

Stai bene, Celeste, così, sei contenta?

Se nessuno te lo chiede non devi risponderti.

Se qualcuno te lo chiede tu rispondi sempre sì.

Il finale è una presa di coscienza che vi lascio scoprire nella lettura di questo breve e intenso libro.

Prima di lasciarvi alla ricerca di La sagoma di Daniela Carmosino, due parole. Ho trovato questa lettura davvero significativa, il suo approfondimento psicologico delle dinamiche familiari, la sua leggerezza nell’approfondire un tema così delicato sono tratti distintivi.

Una lettura che troverete approfondita nei suoi motivi dominanti nella introduzione di Marcello Carlino, ex docente di letteratura presso la Sapienza di Roma, e nella postfazione di Enrico Iraso, psicoterapeuta e mediatore familiare.

Vi auguro buone letture.

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